Sunday, August 26, 2007

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Monday, August 20, 2007

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Tuesday, August 7, 2007

Filadelfi

Filadelfi, Società dei (Philadelphian Society) (1670-1730)

Una setta di mistici religiosi operanti a Londra nella seconda metà del 1600, fondati dal reverendo John Pordage e dalla behmenista Jane Leade (o Lead).

John Pordage (1608-1681)
John Pordage, un uomo di chiesa molto devoto, era il rettore della chiesa di Bradfield, vicino a Reading, nella contea inglese del Surrey,
Egli fu influenzato dalle idee del movimento familista di Henrik Niclaes, ma soprattutto si appassionò agli scritti di Jacob Boehme, leggendoli avidamente, man mano che venivano tradotti e pubblicati tra il 1644 ed il 1662.
Per queste sue idee, nel 1655 a P. furono sospesi i benefici per ordine dei Triers, un corpo di commissari, fondato da Oliver Cromwell (1599-1658) e preposto ad esaminare ed approvare predicatori e professori universitari prima del loro insediamento. Solo nel 1660, con la restaurazione del re Carlo II (1649-1685), egli fu reintegrato nella sua precedente funzione.
Nel 1663 P. incontrò Jane Leade e, insieme a lei, proprio per promuovere un maggiore interesse verso il pensiero di Boehme, P. fondò nel 1670 il circolo teosofico dei Filadelfi (The Philadelphians) dal nome della chiesa menzionata nel seguente passo dell’Apocalisse di San Giovanni (Ap. 3,7):
All’angelo della Chiesa di Filadelfia scrivi:
Così parla il Santo, il Verace,
Colui che ha la chiave di Davide:
quando egli apre nessuno chiude,
e quando chiude nessuno apre.
Dopo la morte di P. nel 1681, Leade divenne, a tutti gli effetti, capo del circolo.

Jane Leade (1623-1704)
Nata nel 1623 da una famiglia agiata di Norfolk, Jane Ward, nel 1638 all’età di 15 anni, ebbe un’esperienza mistica quando, ballando durante una festa di Natale, sentì una voce che le diceva: ”Cessa tutto questo, Io voglio condurti ad un altro ballo, poiché questo è solo Vanità”. Da questo momento L. divenne melanconica e si isolò dal mondo esterno, assumendo, di fatto, un pensiero simile a quello della corrente dei quietisti, tutto ciò fino al 1643, quando sposò il mercante William Leade, con il quale ebbe quattro figlie ed un matrimonio tutto sommato felice durato 27 anni.
Nel 1663 L. incominciò a frequentare il reverendo Pordage e nel 1670, dopo la morte del marito, con lui fondò a Bradfield il circolo teosofico dei Filadelfi (The Philadelphians) [in seguito Società dei Filadelfi per la promozione della pietà e della filosofia divina (The Philadelphian Society for the Advancement of Piety and Divine Philosophy)] diventandone la profetessa.
Infatti nello stesso 1670, L. ebbe, per ben tre volte, una visione di una dama, che si definiva la Vergine Sapienza (Sophia). In seguito annotò le sue esperienze mistiche nel suo diario, dal titolo A Fountain of Gardens (una fontana di giardini), dove tracciò le regole del circolo (dette Leggi del Paradiso dal titolo di uno dei suoi numerosi libri) il cui scopo era di “promuovere il Regno di Dio migliorando la vita, insegnando la moralità più eccelsa e facendo valere il dovere della fratellanza universale, della pace e dell’amore”.
La dottrina di L. era una miscela di quietismo, come già detto, e di dualismo behmenita. Inoltre ella credeva nella rigenerazione e nella resurrezione delle anime, nella parusia (secondo venuta di Cristo) e nell’apocatastasi (la salvezza per tutto il creato: angeli e uomini, anche se peccatori o dannati, e demoni).
Nelle riunioni del circolo, gli aderenti praticavano, come i sufi nell’Islam, una meditazione silenziosa o un ballo ritmico e armonico per migliorare la disciplina spirituale.
L. pubblicò molti libri sulle sue esperienze, come Heavenly Cloud (la nube celeste) del 1681, The Revelation of the Revelations (la rivelazione delle rivelazioni) del 1683, anno in cui L. si occupò anche di far pubblicare, postumo, il libro di Pordage, Theologica Mistica. In 23 anni, tra il 1681 ed il 1704, L. scrisse e pubblicò circa 15 libri.
Dal 1693 i libri di L. furono tradotti in olandese e tedesco, stimolando la diffusione delle sue idee anche sul continente. In Germania Eva von Buttlar fondò nel 1697 il ramo tedesco della Società dei Filadelfi sotto forma di una comunità rigorosamente regolamentata, dove beni e relazioni sessuali (sic!) erano a disposizione di tutti i membri. L’esperimento tedesco fallì ben presto, chiudendo le attività nel 1706.
Dal 1694 L. iniziò ad essere aiutata dal giovane medico Francis Lee (1661-1719), professore di Oxford, che divenne in seguito suo genero e suo successore nella guida della Società dei Filadelfi.
Infine, dopo 65 anni di attività, L. morì il 19 agosto 1704 all’età di 81 anni.
L’anno prima (1703) sotto la spinta di Lee, i filadelfi avevano tracciato la loro confessione scritta di fede, tuttavia, dopo la morte della fondatrice e, nel 1719, quella di Lee stesso, la setta rapidamente declinò scomparendo intorno al 1730.

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LIBRO QUARTO LIBRO SESTO

LIBRO QUINTO

Fra i più cari e preziosi doni fatti da Iddio a la natura umana è stato quello del parlare, il quale ne la dignità e ne l’eccelenza si pareggia quasi a la ragione. Però tra’ Greci ebbero l’istesso nome di logos, nome che significa l’uno e l’altra parimente; e quantunque la ragione sia quella che ci distingua da gli animali bruti e ci faccia simili a l’intelligenze ed a le nature divine, nondimeno, per opinione di molti filosofi, fu creduto che gli animali participassero di ragione; ed Aristotele medesimo, ne l’Istoria loro e ne’libri De la generazione e de le parti, attribuisce a le fere l’ingegno e l’avvedimento e la prudenzia; ma nel parlare elle non hanno con gli uomini alcuna convenienza, se già non vogliam credere a le favole d’Apollonio Tianeo ed a la meravigliosa filosofia di Porfirio. Però par che la favella separi l’uomo principalmente da le bestie, e il faccia lor superiore e quasi re e principe de gli animali. Anzi se fu mai alcun tempo nel quale egli pacificamente a le bestie signoreggiasse, ciò solamente avvenne per virtù del parlare. Taccio quel che si favoleggia d’Orfeo e d’Anfione, i quali, se crediamo a Marco Tullio, in quegli antichissimi secoli con la virtù de l’eloquenza raccolsero insieme gli uomini che prima viveano vita salvatica e bestiale; ma non debbiam dubbitare che l’uomo non fosse colui che prima imponesse i nomi a’ bruti e, chiamandoli imperiosamente in virtù de’ nomi, li facesse obedienti al suo imperio, come si legge in Filone ebreo e ne gli scrittori de le sacre lettere. È dunque nobilissimo dono del primo donatore il parlare, ch’altramente si dice elocuzione, e potentissimo ministro de l’intelletto e vero interprete de l’animo nostro. Però l’eloquenza, che prende il nome da l’elocuzione, non cede a la prudenza, se fosse possibile che l’una da l’altra si separasse, avvenga che molti uomini prudenti, privi di questo dono, furono esclusi dal governo de’ regni e de le republiche e riputati quasi infanti. Grande è stato adunque l’errore di coloro ch’estimarono che l’elocuzione non fosse propria de l’oratore e de l’eloquente, ma parte che si concede a l’istrione: fra’ quali fu monsignor Antonio Bernardi cognominato il Mirandulano. Si fondava questo filosofo sovra l’autorità d’Aristotele, o che gli pareva, raccogliendo da le sue parole ne la sua Retorica a Teodette ch’oltre l’entimema e l’esempio, co’ quali persuade l’oratore, l’altre cose siano accessorie e quasi estrinseche da l’arte sua, come quelle che per se stesse non persuadono né fanno alcuna prova, ma servono a commover gli animi de gli uditori. Aristotele nondimeno ne la Poetica assegna quattro parti di qualità a la tragedia, che sono proprie di quell’arte: fra le quali numera l’elocuzione; ed a queste aggiunge le due estrinseche, che sono la musica e l’apparato. Ma se l’elocuzione è parte del poeta e non de l’istrione, tutto che l’istrione sia ordinato a’servigi de la poesia, è ragionevole e quasi necessario che sia parte ancora de l’oratore, il quale non ha alcun commercio con l’istrione. Aristotele medesimo conobbe quanta virtù di persuadere consista ne le parole: laonde se la retorica è un’arte la qual considera e ritrova tutto quello ch’è atto al persuadere, dee principalmente essere investigatrice e quasi giudice de l’elocuzione e di quelle forme del dire che sono più acconce a la persuasione, com’io mi sforzerò di provare quando tratterò di tutta l’eloquenza, in quanto in lei si contengono quasi egualmente gli ammaestramenti de’ poeti e de gli oratori e de gl’istorici, e de’ filosofi ancora che vogliono scrivere e parlare con qualche ornamento. Ora mi basta di confermare che la poesia è un’arte subordinata a la logica o veramente una sua parte; non solamente perch’ella è arte de l’orazione, la qual cerca il diletto, non altrimenti che la grammatica il regolato parlare, e la retorica la persuasione; ma perché nel parlar poetico, il quale non è senza imitazione, è una tacita prova e molte volte efficacissima: perché non si può imitare senza similitudine e senza esempio; ma ne l’esempio ed in ogni cosa che paia verisimile è la prova.
Seguendo adunque il trattar de l’elocuzione, io dico che la lunghezza de’ membri e de’ periodi, o de le clausole che vogliam dirle, fanno il parlar grande e magnifico non solo ne la prosa, ma nel verso ancora, come in quelli:

Tu c’hai, per arricchir d’un bel tesauro, volte l’antiche e le moderne carte, volando al ciel con la terrena soma, sai da l’imperio del figliuol di Marte al grande Augusto, che di verde lauro tre volte trionfando ornò la chioma, ne l’altrui ingiurie del suo sangue Roma spesse fate quanto fu cortese etc.;
ed in quelli altri:

Quel che d’odore e di color vincea l’odorifero e lucido Orrente, d’ogni rara eccellenzia il pregio avea, dolce mio lauro, ov’abitar solea ogni bellezza, ogni virtute ardente, vedea a la sua ombra onestamente il mio signor sedersi e la mia dea etc.;
e in quelli altri:

Quand’io mi volgo indietro a mirar gli anni c’hanno, fuggendo, i miei pensieri sparsi, e spento ‘l foco ov’agghiacciando i’ arsi, e finito il riposo pien d’affanni, rotta la fé de gli amorosi inganni, e sol due parti d’ogni mio ben farsi, l’una nel cielo, e l’altra in terra starsi, e perduto ‘l guadagno de’ miei danni; i’ mi riscuoto etc.
In queste rime e cagione di grandezza ancora il senso che sta largamente sospeso: perché avviene al lettore com’a colui il qual camina per le solitudini, al quale l’albergo par più lontano quanto vede le strade più deserte e più disabitate; ma i molti luoghi da fermarsi e da riposarsi fanno breve il camino ancora più lungo.
L’asprezza ancora de la composizione suol esser cagione di grandezza e di gravità, come in quel verso:

Come a noi il Sol, se sua soror l’adombra;
o ‘n quelli altri:

né gran prosperità il mio stato avverso può consolar di quel bel spirto sciolto;
ed in quelli:

ch’ogni dur rompe, ed ogni altezza inchina;
ed in quelli:

Ella si sta pur come aspr’alpe a l’aura.
Il concorso de le vocali ancora suol producere asprezza o piacevol suono, come in quel verso:

fu consumato, e ‘n fiamma amorosa arse;
ed in quelli altri di Dante, ne’ quali non s’inghiottono le vocali, ma si fa quasi una apertura ed una voragine:

poi è Cleopatras lussuriosa;
ed in quello:

là onde il carro già era sparito;
ed in quelli altri:

Queste parole di colore oscurovid’io scritte al sommo d’una porta;
e quelli:

Nel ciel che più de la sua luce prendefu’ io etc.,
quantunque il concorso dell’I non faccia così gran voragine o iato, come quello de l’A e de l’O, per cui sogliamo più aprir la bocca. Tutte queste cose sogliono senza dubbio esser cagion de’ medesimi effetti, perché la composizione molle ed eguale è forse più cara e piacevole a gli orecchi, ma non ha loco ne la magnificenza; però fu molto schifata da monsignor de la Casa, perché quel di Dante io non mi risolvo a dire se fosse o artificio o caso: l’uno e l’altro nondimeno sono somiglianti a colui ch’intoppa e camina per vie aspre; ma questa asprezza sente un non so che di magnifico e di grande.
I versi spezzati, i quali entrano l’uno ne l’altro, per la medesima cagione fanno il parlar magnifico e sublime, come quelli:

I dì miei più leggier che nessun cervo, fuggir com’ombra; e non vider più bene ch’un batter d’occhio e poch’ore serene, ch’amare e dolci ne la mente servo;
ed in quelli parimente:

Ora hai fatto l’estremo di tua possa, o crudel Morte; or hai ‘l regno d’Amore impoverito; or di bellezza il fiore e ‘l lume hai spento, e chiuso in poca fossa.
In molti altri sonetti ancora del Petrarca, in molti del Bembo, in molti di monsignor de la Casa si può osservar il medesimo; ma particolarmente in quello:

O sonno, o de la queta, umida, ombrosa notte placido figlio; o de’ mortali egri conforto, oblio dolce de’ mali sì gravi, ond’è la via aspra e noiosa; Soccorri al core omai che langue, e posa non ave; e queste membra stanche e frali solleva; a men ten vola, o Sonno, e l’ali tue brune sovra me distendi e posa.
Ma oltre tutte le cose che facciano grandezza e magnificenza ne le rime toscane, è il suono o lo strepito per così dire de le consonanti doppie, che ne l’ultimo del verso percuotono gli orecchi; come in quel sonetto lodatissimo dal Bembo:

Mentre che ‘l cor da gli amorosi vermi fu consumato e ‘n fiamma amorosa arse, di vaga fera le vestigia sparse cercai per poggi solitari ed ermi;
ed in quell’altro:

Al cader d’una pianta che si svelse, come quella che ferro o vento sterpe, spargendo a terra le sue spoglie eccelse, mostrando al sol la sua squallida sterpe; vidi un’altra, ch’Amor obietto scelse, subietto in me Callope ed Euterpe; che ‘l cor m’avvinse e proprio albergo felse, qual per tronco o per muro edera serpe;
ed in quegli altri versi d’una canzone:

A le pungenti, ardenti e lucid’arme, a la vittoreosa insegna verde, contra cui ‘n campo perde Giove, ed Apollo, e Polifemo, e Marte.
Conviene ancora ordinare i nomi in guisa che gli ultimi vadano sempre accrescendo, come si conosce ne l’esempio pur ora addotto:

A le pungenti, ardenti e lucid’arme;
ed in quell’altro:

Il dì s’appressa, e non pote esser lunge, sì corre il tempo e vola, Vergine unica e sola: e ‘l cor or conscenzia, or morte punge;
ed in quel mio:

né tanto scoglio in mar, né rupe alpestra, né pur l’alpe s’inalza o ‘l mauro Atlante.
E ciò conviene particolarmente osservar ne l’iperbole e ne lo smoderamento, nel qual le cose dette in ultimo tanto deono esser accresciute, che le prime ci paiano picciole, quantunque fossero grandi per se stesse, come ci mostrò Omero prima de gli altri in que’ versi del Ciclope, ne’ quali dice ch’egli non è pare a gli uomini c’hanno il nutrimento da la terra, ma ad uno scoglio o ad un colle selvaggio, anzi ad un alto monte che superi gli altri monti:

. . . . . . . . oude eokei Andri ge sitophago alla rhio huleenti etc.
Le congiunzioni ancora, essendo raddoppiate, alcuna volta accrescono forza al parlare, come in quel verso di Dante:

S’io avessi le rime et aspre e chiocce;
ed in quello del Petrarca:

fe’ mia requie a’ suoi giorni e breve e rara;
e in quelli altri:

più leggiera che ‘l vento, e reggo e volvo quanto al mondo vedi etc. al tuo nome e pensieri e ‘ngegno e stile.
Alcuna volta ancora la dissoluzione, ch’è contraria a la congiunzione, fa il parlar grande e più magnifico, come in que’ versi:

Cercar m’ha fatto deserti paesi; fiere e ladri rapaci: ispidi dumi; dure genti e costumi, ed ogni error ch’i pellegrini intrica; monti, valli, paludi e mari e fiumi; mille lacciuoli in ogni parte tesi;
ne’ quali il parlar non è affatto disciolto, ma pur vi mancano molte congiunzioni. Ma con maggiore artificio la dissoluzione accresce grandezza in quelli altri:

Fammi sentir di quell’aura gentile di fuor, sì come dentro ancor si sente; la qual era possente, cantando, d’acquetar gli sdegni e l’ire, di serenar la tempestosa mente, e sgombrar d’ogni nebbia oscura e vile, ed alzava il mio stile etc.;
e ne la seguente stanza:

Fa’ ch’io riveggia il bel guardo, ch’un sole fu sopra ‘l ghiaccio, ond’io solea gir carco; fa’ ch’io ti trovi al varco, onde senza tornar passò ‘l mio core. Prendi i dorati strali e prendi l’arco; e facciamisi udir, sì come sòle, col suon de le parole, ne le quali io ‘mparai che cosa è amore. Movi la lingua, ov’erano a tutt’ore disposti gli ami ov’io fui preso, e l’esca ch’i’ bramo sempre; e i tuoi lacci nascondi fra i capri crespi e biondi: che ‘l mio voler altrove non s’invesca. Spargi con le tue man le chiome al vento: ivi mi lega; e puomi far contento.
Ho detto con maggior artificio, perché, numerando molte cose, è meglio raddoppiar le congiunzioni, come ci ammonisce Demetrio Falereo, perché l’istessa congiunzione replicata dimostra un non so che d’infinito. Ma questa considerazione non ebbe peraventura il Petrarca in que’ versi:

Non Tesìn, Po, Varo, Arno, Adige e Tebro, Eufrate, Tigre, Nilo, ermo, Indo e Gange, Tana, Istro, Alfeo, Garonna e ‘l mar che frange, Rodano, Ibero, Ren, Sena, Albia, Era, Ebro.
Tutta volta al Petrarca ciò poteva esser lecito per un’altra cagione, perché il numerar senza congiunzione par che dimostri la fatica del numerare, rimovendosi le parole quasi soverchie. Anzi se la congiunzione fa una cosa di molte, come dice Aristotele, rimovendosi quel ch’è uno per sé, parrà uno esser molte cose, e maggiormente apparirà la moltitudine; ed oltre a ciò, il parlar usato in questi versi è di maggior suono e di maggior pienezza. Laonde, benché si debba considerar la ragion di Demetrio, più si dee stimar quella d’Aristotele istesso.
L’antipallage similmente, che si può dire mutazione de’ casi, può accrescer la magnificenza del parlare, come in que’ versi del Petrarca nel primo Trionfo d’Amore:

Que’ duo pien di paura e di sospetto,l’uno è Dionisio, e l’altro è Alessandro;
ed in que’ de la mia tragedia:

De’ duo pesci lucenti il petto e ‘l tergo,l’uno al borea inalzarsi, e l’altro scendere:
perché, secondo la diritta forma del parlar, si dovrebbe dire: De’ duo pesci lucenti l’uno al borea inalzarsi. E questa medesima figura o simile è forse in quegli altri del Petrarca:

Due rose fresche e colte in paradiso, . . . . . .. . . . bel dono, e d’un amante antiquo e saggio, tra duo minori egualmente diviso; . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . . .. di sfavillante ed amoroso raggio a l’uno e l’altro fe’ cangiare il viso:
perché il dritto uso del parlare ricercherebbe che si dicesse: Un bel dono di due rose fresche, tra duo minori egualmente diviso, fece cangiare il viso a l’uno ed a l’altro. Ma senza dubbio ne la mutazione de’ casi, quanto più ci allontaniamo da l’uso comune, tanto lo stile diviene più nobile e più sublime. Porta ancora grandezza ne le figure il non fermarsi ne’ medesimi casi, come in que’ versi del Petrarca che si leggono ne’ Trionfi:

Con questi duo cercai monti diversi, andando tutti e tre sempre ad un giogo: a questi le mie piaghe tutte apersi. Da costor non mi può tempo, né luogo divider mai (sì come spero e bramo) in fin al cener del funereo rogo. Con costor colsi ‘l gloroso ramo,: onde forsi anzi tempo ornai le tempie in memoria di quella ch’i’ tant’amo.
E ‘l cominciar il verso da casi obliqui suole esser cagione del medesimo effetto nel parlare, il quale si può chiamar obliquo o distorto, come in que’ versi:

Del cibo onde ‘l signor mio sempre abbonda, lagrime e doglia, il cor lasso nudrisco;
ed in quelli altri:

La sera desear, odiar l’aurorasoglion questi tranquilli e lieti amanti;
ed in quelli altri similmente:

A qualunque animale alberga in terra se non se alquanti c’hanno in odio il sole tempo da travagliare è quanto è ‘l giorno.
E ‘l duplicare le parole ancora è ornamento ch’arricchisce e fa magnifica la poesia; e possono addursi per esempio que’ versi:

Veramente siam noi polvere ed ombra; veramente la voglia è cieca e ‘ngorda; veramente fallace è la speranza.
Ma in altri modi ancora si posson replicar le parole, cioè non cominciando la replica dal principio, ad imitazione del Petrarca, il qual disse:

Nestor, che tanto seppe e tanto visse.
E si possono replicare in due versi seguenti, come io replicai in un mio sonetto al signor P. Antonio Caracciolo:

Ma che? la mia Fortuna è la mia Parca; perché Febo m’è scarso, e secco il fonte io ritrovo in Parnaso, e secco il lauro.
Ma particolarmente gonfia il parlare la voce raddoppiata, s’ella sarà grande per significazione o per suono, come quella:

Di qua da lui chi fece la grand’arca; e quel che cominciò poi la gran torre.
Ha del grande ancora l’allegoria: però fra tutte le canzoni del Petrarca si può dare il principato a quella:

Nel dolce tempo della prima etade;
ma da una stanza sola si posson conoscere l’altre:

Ella parlava sì turbata in vista che tremar mi fea dentro quella petra udendo: I’ non son forse chi tu credi. E dicea meco: Se costei mi spetra, nulla Vita mi fia noiosa o trista; a farmi lagrimar, signor mio, riedi,
e quel che segue. E la medesima grandezza si può conoscere ne l’allegoria di quell’altra canzone:

D’un bel diamante quadro e mai non scemo vi si vedea nel mezzo un seggio altero, ove sola sedea la bella donna, dinanzi una colonna cristallina, ed iv’entro ogni pensero scritto; e fuor tralucea sì chiaramente che me fea lieto e sospirar sovente.
Ma altissima, oltre tutte l’altre di questa o d’ogn’altra lingua, è quella allegoria de la statua ch’avea la testa d’oro e il petto d’argento e l’altre parti di ferro e rame e ‘l piè di terra cotta: quantunque Dante la prendesse da la Sacra Scrittura. Simile a questa è l’altra nel Purgatorio, dopo l’invocazione :

Or convien che Elicona per me versi, et Urania m’aiuti co ‘l suo coro forti cose a pensar, mettere in versi. Poco più oltre sette alberi d’oro ecc.,
anzi tanto maggiore, quanto la dignità de la Chiesa è maggior di quella de l’Imperio. E ragionevolmente fu detto che l’allegoria fosse simile a la notte ed a ale tenebre: laonde ella dee esser usata ne’ misteri; e per conseguente ne’ misteriosi poemi, com’è il poema eroico. Però molte cose sono scritte de l’allegoria d’Omero; e particolarmente Porfirio compose un picciol libretto de l’Antro d’Omero. Aristotele non fa menzione de l’allegoria, non perch’egli non la conoscesse, ma perché questo nome allora non era in uso. La conobbe Platone similmente, ma non la chiamò con questo nome quando egli scrisse nel Fedro, ragionando in persona di lui e di Socrate:

Fedro
«O Socrate, pensi che questa favola sia vera?
Socrate
Già s’io non pensassi come pensano i savi, non sarebbe però sconvenevole la mia opinione; da poi, interpretando le cose, direi che ‘l vento di Borea gittò da le vicine pietre Oritia mentre scherzava con Farmacia; e però, essendo morta in tal guisa, si finge che da Borea fosse rapita. V’è un’altra fama, che non da questo luogo, ma da un altro fosse rapita; ma io, o Fedro, stimo queste cose assai piacevoli, ma d’uomo troppo curioso ed affannato e non aventuroso; non per altra cagione se non perché gli sarebbe necessario interpretar la forma de’ Centauri e de le Chimere; vi concorre ancora una moltitudine di Gorgoni e di Pegasi e d’altre imagini mostruose: onde stalcuno di queste cose porterà altra opinione di quella che si narra, e vorrà ridurre ciascuna d’esse a senso conveniente, fidandosi d’una rustica sapienza, averà bisogno d’ozio soverchio». Ma s’egli chiama rustica sapienza quella di coloro ch’abitano in villa, dove Socrate non volle mai abitare, dice, per mio avviso, il vero senza alcun dubbio, perché l’investigazione di sì fatte cose conviene ad uomo poco occupato: tutta volta Platone, che non volle interpretarle, lasciò a molti altri filosofi la cura, anzi la noia de l’interpretazione non solo di quel suo Glauco maritimo, ma del Tartaro e de’ fiumi che passano sotto terra, de’ quali abbiamo la dichiarazione in alcuno de’ suoi interpreti e nel comento d’Olimpiodoro sovra Aristotele. Da Plotino ancora è dechiarato quel che significhino le Parche e ‘l fuso fatale e ‘l simolacro d’Ercole: anzi non è favola de le sue (che sono molte) che da vari filosofi non sia ampiamente illustrata. Possiamo adunque affermare ch’egli non biasimasse l’allegoria, ma non la nominasse, né si degnasse d’esser l’interprete. Fra i primi che la nominarono fu Demetrio Falereo. Plutarco, dopo lui, nel libro De l’udire i poeti, lasciò scritte queste o somiglianti parole: «Appresso Omero tacitamente è ascosa una sorte di dottrina di non inutile contemplazione, massimamente ne le favole interposte fra le narrazioni, le quali, con l’annotazioni de gli antichi, e come ora dicono con l’allegorie, alcuni vanno torcendo e volgendo in altro sentimento, e dicono che l’adolterio di Marte e di Venere significa che, nel congiungimento del Sole con la stella di Venere, Marte sia causa de l’adultera generazione, la qual, per la presenza del Sole e per la vicinanza, non può essere occulta». Dichiara appresso la favola del cesto di Venere, ed alcune altre similmente; e non è ricusata questa difesa de’ poeti che, fra l’altre sue, o fu ricusata da Aristotele o, com’io stimo, non considerata; direi non conosciuta, ma dubito alcuna volta che l’enigma e l’allegoria non siano cose diverse: laonde s’Aristotele parlò de l’enigma, parlò de l’allegoria, ma con altro nome. Nondimeno se l’enigma è una questione da scherzo e giocosa, come si legge appresso Ateneo, non pare che sia una cosa medesima. Ma se gli enigmi o simboli di Pitagora non sono proposti per giuoco, ma per ammaestramento de la vita, potrebbe facilmente l’enigma e l’allegoria essere l’istesso di spezie, o di genere almeno. De l’una e de l’altro si vagliono i poeti. Con l’allegoria è difeso, anzi è lodato Omero non solamente da’ già detti scrittori, ma da molti altri, come si legge in Ateneo fra’ Greci, e fra’ Latini in Macrobio nel Sogno di Scipione, ove dechiara che significhi che Giove e gli altri iddii vadano al convito de l’Oceano. Ma infinite sono l’interpretazioni date a’ sensi misteriosi da gli autori de le due lingue più famose. Ne la nostra toscana favella Dante, oltre tutti gli altri, accrebbe riputazione a l’allegorie: perché nel suo maggior poema non è parte che non sia allegorica; ma egli non dichiara se stesso, benché accenni alcuna volta che ‘l velo sia molto sottile. Ne le canzoni egli medesimo manifesta la sua intenzione; e nel comento c’insegna che quattro sono i sensi: il literale, il morale, l’allegorico e l’anagogico: de’ quali il primo è assai semplice ed inteso senza difficultà; il secondo è per ammaestramento de’ costumi; gli altri due servono più a la parte intellettiva: ma ‘l terzo conduce a la speculazione de le cose inferiori; il quarto a quella de le superiori; e con l’uno e con l’altro si possono scusare gli errori che sono fatti dal poeta ne l’imitazione; ma se la difesa è con qualche difetto del primo senso, e congiunta con difetto nel decoro, e con qualche bruttezza o sconvenevolezza ne le cose imitate, non è buona né lodevole difesa. Però Aristotele non la numerò fra l’altre; e se l’allegoria fosse perfezione accidentale nel poema, non sarebbe ragionevole che potesse scusare i vizi de l’arte, che sono vizi per sé. L’enigma ancora non fu rifiutato da’ poeti, come si legge in Sofocle di quello che la Sfinge propose ad Edippo; e Teodette ne la medesima tragedia, per relazione d’Ateneo, ci descrive la notte e la giornata con questo enigma:

Germanae geminae, gignit quarum altera semperalteram, et inde parens fit filia nata vicissim.
Ma non era questo luogo di trattar de l’enigma o de l’allegoria, se non considerandoli come figure di parlare; però soverchiamente e quasi a caso n’ho sì lungamente discorso, dovendo ciò fare in altro luogo più opportuno: seguirò dunque il primo proponimento.
Magnifica similmente è quella figura che da’ Latini è detta reticenza, perch’ella suol lasciar sospizioni di cose maggiori di quelle che son dette, bench’alcuna volta non apporti tanta magnificenza, come è quella ne l’Inferno quando scende l’Angelo per aprir le porte, e Virgilio aspetta il suo venire:

Attento si fermò com’uom ch’ascolta, ché l’occhio no ‘l potea menare a lunga per l’aer nero e per la nebbia folta. Pure a noi converrà vincer la punga, cominciò ei; se non . . . tal ne s’offerse. Oh quanto tarda a me ch’altri qui giunga! I’ vidi ben sì com’ei ricoperse lo cominciar con l’altro che poi venne, ché fur parole a le prime diverse. Ma nondimen paura il suo dir dienne; perch’io traeva la parola tronca forse a peggior sentenzia ch’e’ non tenne.
L’esempio ancora di questa figura è ne’ Trionfi del Petrarca in quel luogo:

Ma non si ruppe almeno ogni vel, quando sola i tuoi detti, te presente, accolsi «Dir più non osa il nostro amor» cantando?
Ma gravissima oltre tutte l’altre è quella di Virgilio ne l’Eneide, ne la quale Nettuno irato ritiene la collera e le parole insieme:

Quos ego . . . Sed motos praestat componere fluctus.
Ma in somma l’epifonema (così la chiamano i Greci) par che avanzi tutte l’altre, e somiglia le pompe de’ ricchi, ne le quali è sempre qualche cosa la quale è soverchia. Laonde questa figura si può divider in due parti: L’una de le quali serva a l’intelligenza, l’altra a l’ornamento. Serve a l’intelligenza quel verso e ‘l mezzo che segue:

di sé, nascendo, a Roma non fe’ grazia,a Giudea sì;
e sono gli altri per ornamento:

. . . . . . . tanto sovra ogni statoumiltate esaltar sempre gli piacque.
De la medesima figura la prima parte è in que’ versi:

Le stelle e ‘l cielo e gli elementi a prova tutte lor arti ed ogni estrema cura poser nel vivo lume, in cui natura si specchia, e ‘l sol, ch’altrove par non trova.
Ma con grandissimo ornamento seguita poi l’altra:

L’opra è sì altera, sì leggiadra e nova, che mortal guardo in lei non s’assecura; tanta ne gli occhi bei for di misura par ch’amore e dolcezza e grazia piova.
Ed in quegli altri, se non bastano a la dichiarazione i primi:

poco vedete e parvi veder molto; che ‘n cor venale amor cercate o fede. Qual più gente possede, colui è più da’ suoi nemici avvolto.
Gli altri abbondano ne la ricchezza de lo stile:

O diluvio raccolto di che deserti strani per inondar i nostri dolci campi!
Può parer questa figura simile a l’entimema, cioè a lo sillogismo imperfetto; ma sono differenti: perché l’entimema s’usa per provare; e questo per adornare. Laonde più tosto si pone in suo luogo la sentenza, la qual sia con l’esclamazione; e benché non sia questa figura, nondimeno occupa la sua sede, come quella:

O nostra Vita, ch’è sì bella in vista, com’ perde agevolmente in un mattino quel che ‘n molt’anni a gran pena s’acquista!
Anzi, se crediamo a Teone sofista, la sentenza che dopo la narrazione d’alcuna cosa insegni ed adorni, parimente e sentenza ed insieme epifonema.
Ma non è minor cagione di grandezza e di ornamento, a mio giudizio, la prosopopea, ne la quale si danno persona e voce e parole a le cose inanimate, come il Petrarca in que’ versi a Fiorenza:

L’aspetto sacro de la terra vostra mi fa del mal passato tragger guai, gridando: Sta su, misero; che fai? E la via di salir al ciel mi mostra.
E l’usar la definizione in vece del nome, come fece il Petrarca che, parlando del lauro, disse:

de l’arbor, che né sol cura, né gielo.
E ‘l salir quasi per gradi, figura che da’ Latini e detta gradatio, e da’ Greci klimax, non si convien meno al magnifico ch’al grave dicitore. L’esempio l’abbiamo in Dante:

onde la vison crescer conviene, crescer l’ardor che di quella s’accende, crescer lo raggio che da esso viene.
Ma questa è peraventura mescolata con la repetizione, o con la replica che vogliamo dirla. Semplice e quell’altra:

. . . . . Noi semo usciti fuore del maggior corpo al ciel ch’è pura luce; luce intellettpal piena d’amore; amor di vero ben pien di letizia; letizia; che trascende ogni dolzore.
Dice de la metafora similmente molte cose Demetrio Falereo; e, seguendo il giudizio d’Aristotele, loda più quella che pone le cose in atto, com’abbiamo già conchiuso; e questa, al mio giudizio, particolarmente conviene al poeta, perciò ch’egli e imitatore; e gli convengono ancora le similitudini e le comparazioni assai più ch’a l’oratore, il quale schiva le troppo lunghe, come son quelle di Dante:

un fracasso d’un suon pien di spavento . . . . . . . . . . . . non altrimenti fatto che d’un vento impetoso per gli avversi ardori, che feer’ la selva, e senza alcun rattento li rami schianta, abbatte e porta fuori: dinanzi polveroso va superbo, e fa fuggir le fere e li pastori.
E quelle del Petrarca ne la battaglia tra madonna Laura e Amore:

Non fan sì grande e sì terribil suono Etna, qualor da Encelado è più scossa, Scilla e Cariddi quand’irate sono.
Il Boccaccio vide quel ch’era conveniente, come in quella de la Teseide:

Né saria stato, se giunto vi fosse quel che Lipari fece, o Mongibello, o Strongile, o Vulcan, quand’e’ più scosse; né quando Giove più crucciato e fello Tifo di spavento più percosse, tonando forte: omai chente fu quello, pensil ciascun di voi etc.
E molte altre somiglianti se ne leggono in questi tre poeti toscani. Ma quelle più de l’altre si convengono al magnifico dicitore, ne le quali non si ritrova solamente similitudine, ma l’ornamento e l’accrescimento. Oltre le forme assegnate dal Falereo a questa forma magnifica del dire, ve ne sono peraventura alcune altre egualmente da lei ricercate, fra le quali e la prima la conversione, come quella:

Rettor del ciel, io chieggio che la pietà che ti condusse in terra, ti volga al tuo diletto almo paese. Vedi, Signor cortese, di che lievi cagion che crudel guerra.
poi l’esclamazione:

O mondo, o pensier vani, o mia forte ventura, a che m’adduci!
massimamente stella è fatta con qualche sdegno, come in que’ versi:

Ahi nova gente, oltra misura altera,irreverente a tanta ed a tal madre!
Si può annoverar con queste il pervertimento de l’ordine, quando si dice innanzi quel che devrebbe esser detto dopo, perché al magnifico dicitore non si conviene una esquisita diligenza. Questa usò il Petrarca in que’ versi:

talor, ov’Amor l’arco tira ed empie;
ed in quell’altro:

Amor con tal dolcezza m’unge e punge.
E quando si pone per lo tutto la parte, figura che da’ Greci e da’ Latini fu detta sinedoche, come quella:

umida gli occhi e l’una e l’altra gota,
benché alcuni vogliano che sia più tosto greca costruzione.
E la parentesi, o interposizione che vogliamo chiamarla, come quella:

A qualunque animale alberga in terra, se non se alquanti c’hanno in odio il sole, tempo da travagliare è quanto è ‘l giorno.
E quella ch’è da’ grammatici detta endiadys in que’ versi:

onde vanno a gran rischio uomini ed arme.
E la figura detta zeugma, la qual si fa quando il verbo o ‘l nome discorda ne la voce da quello a cui si rende, ma concorda nel significato: di cui si ritrovano alcuni esempi in Virgilio:

pars in frusta secant;
e l’altro:

Hic manus ob patriam pugnando vulnera passi.
E ‘l Boccaccio ne la Teseide fece questa figura nel numero, ad imitazione del primo luogo:

E ‘n guisa tal la turba sì piangente co’ fuochi i corti morti consumaro.
E Dante ne l’Inferno fece l’altra nel genere solo:

Supin giaceva in terra alcuna gente.
E la trasportazione de le parole, perch’ella s’allontana da l’uso commune, come quella:

ch’e belli, onde mi strugge, occhi mi cela.
E ‘l perturbar l’ordine naturale, posponendo quelle che doveriano esser anteposte; come:

per la nebbia entro de’ suoi dolci sdegni.
E l’hyperbaton, che si può dir distrazione o interponimento, di cui si ha l’esempio:

Quel che d’odore e di color vincea l’odorifero e lucido orente, frutti, fiori, erbe e frondi; onde ‘l ponente d ‘ogni rara eccellenzia il pregio avea, dolce mio lauro etc.
E l’abbondanza, che pleonasmo fu chiamata ne l’altre lingue, a me par che mostri molta magnificenza ne’ molti aggiunti, come in quelli:

santa; saggia, leggiadra, onesta e bella;
e in quelli altri:

A le pungenti, ardenti e lucid’arme.
Ed alcuna particella soverchia suol far quasi il medesimo effetto; e n’abbiamo l’esempio in quel verso:

Orso, e’ non furon mai fiumi né stagni;
ed in quello:

tal che mi fece or quand’egli arde il cielo,
benché questa possa parere uso leggiadro più tosto.
E quella ne la qual il verbo s’accorda co ‘l nome più vicino, e ne gli altri bisogna supplire, come:

Ivi era il curoso Dicearco,ed in suoi magisteri assai dispariQuintil ano e Seneca e Plutarco;

cioè: ivi erano ecc.
E commune ancora a questa figura, ne la quale il numero singolare concepisce il plurale, è quella figura la quale attribuisce a duo quello ch’è proprio d’uno; ed ha similmente del magnifico, perciò chc dimostra un certo disprezzo de la soverchia diligenza; e questa fu usata da Omero quando egli disse ne l’Iliade:

. . . . anemoi duo ponton orineton ikhthuoenta,Borees kai Zephuros, to te Threkethen aeton;
cioè: due venti perturbano il mare piscoso, Zefiro e Borea, i quali spirano da Tracia: essendo proprio di Borea solamente lo spirar da Tracia, perché Zefiro soffia da l’occaso, come vogliono i gramatici, quantunque Strabone difenda questo luogo altrimenti nel primo de la Geografia, mostrando che Zefiro ancora spira da la Tracia a coloro che sono ne l’isola di Lenno e ne la Samotracia. Tuttavolta di questa sorte di silepsi abbiamo altri esempi; ed in questa guisa parlò figuratamente il Petrarca dicendo:

. . . . . . . . e ‘n quali spinecolse le rose e ‘n qual piaggia le brine etc.:
perché l’esser colte si conviene a le rose, ma non a le brine.
E l’apposizione, ne la quale si congiungono due nomi sostantivi, come quella:

Arbor vittorosa tr’onfale,onor d’imperadori e di poeti;
e quell’altra:

rotte l’arme d’Amor, arco e saette.
Oltre le quali se ne potrebbono peraventura ritrovar alcune altre conosciute da’ retori o da’ gramatici; ma bastano quelle de le quali sin ora abbiamo ragionato, in questa forma di parlare sublime e magnifica, ne la quale non abbiamo stimate le più minute divisioni e compartimenti. E perché la forma sublime e magnifica è propria de l’eroico, e quantunque possa mescolarsi con l’altre, nondimeno il poeta eroico è detto magnifico e sublime dicitore, non sarà necessario trattar de l’altre forme così lungamente; ma non tralasceremo in tutto alcune figure che possono essere usate nel poema eroico, ne gli altri ammaestramenti i quali deono esser da lui considerati. Nel parlar ornato e grazioso (ch’in questo modo voglio chiamar quello che da’ Latini è chiamato venusto, e da’ Greci glaphuros) sono alcune piacevolezze ed alcuni scherzi e giuochi, per così dire, maggiori e più nobili, che sono propri de’ poeti lirici; altri più umili, che si convengono a la comedia. Scherzi convenienti a’ poeti lirici son quelli meravigliosi:

qual fior cadea sul lembo, qual su le trecce bionde, ch’oro forbito e perle eran quel dì a vederle: qual si posava in terra, e qual su l’onde: qual con un vago errore girando parea dir: Qui regna Amore.
A’ comici sono convenienti quelli che mordono, ed a gli scrittori de la satira parimente: e quegli ancora che non son molto lontani de la buffoneria. Ma Omero usò gli scherzi per acerbità; e scherzando parve terribile ne’ suoi motti, come in quel del Ciclope: Outin ego pumaton edomai. E parte di questa acerbità ritenne l’Ariosto nel suo poema, come ne la spelunca dove Orlando trova Isabella; sopraggiungendo i malandrini, dice un di loro:

. . . . . . . . Ecco quel nuovoa cui non tesi, e ne la rete il trovo.
E la risposta d’Orlando muove riso con sdegno:

Sorrise amaramente in piè salito Orlando, e fe’ risposta al mascalzone: Io ti venderò l’arme ad un partito che non ha mercatante in sua ragione.
Ma le grazie particolarmente convengono a la poesia lirica, ed a l’eroica quasi prestate da lei: e gl’imenei, e gli amori, e le liete selve, e i giardini, e l’altre cose somiglianti, de le quali è piena la poesia del Petrarca, e particolarmente quelle due canzoni:

Se ‘l pensier che mi strugge etc. iare, fresche, e dolci acque etc.
e quella ancora:

In quella parte dove Amor mi sprona,
la quale è piena di vaghissime similitudini; ma quella è meravigliosa oltre tutte l’altre:

Non vidi mai dopo notturna pioggia gir per l’aere sereno stelle erranti e fiammeggiar fra la rugiuda e ‘l gielo, ch’i’ non avesse i begli occhi davanti, ove la stanca mia Vita s’appoggia, qual io li vidi a l’ombra d’un bel velo; e sì come di lor bellezze il cielo splendea quel dì, così bagnati ancora li veggio sfavillar; ond’io sempre ardo. Se ‘l sol levarsi sguardo, sento ‘l lume apparir che m’innamora; se tramontarsi al tardo, parmel veder, quando si volge altrove, lassando tenebroso onde si move.
Ne’ Trionfi ancora la casa d’Amore è descritta con la medesima vaghezza e con la medesima felicità, come si può conoscer in que’ versi:

E rimbombava tutta quella valle d’acque e d’augelli, ed eran le sue rive bianche, verdi, vermiglie, perse e gialle: rivi correnti di fontane vive; e ‘l caldo tempo su per l’erba fresca; e l’ombra folta, e l’aure dolci estive etc.;
e in molti altri del medesimo Trionfo. Né si dipartì da questa imitazione il Poliziano, il quale ne la descrizione de la casa d’Amore versò quasi tutti i fiori e tutte le grazie de la poesia. Grandissima lode ancora meritò in questa maniera di poetare il signor Bernardo Tasso mio padre ne le canzoni, ne le sestine, ne le ode, ne gli inni, e ne l’epitalamio fatto ne le nozze del duca Federico (il quale fu peraventura il primo che si leggesse in questa lingua), e nel suo maggior poema, ed in tutte l’altre sue poesie; ma si posson legger con meraviglia la canzone de la Notte, e quella ne la quale loda il giorno in cui nacque Antiniana, e l’inno a Pane, ed alcun’altre ch’io tralascio per brevità.
Ma in questa forma di poetare al lirico ed a l’eroico non dee peraventura esser conceduta la medesima licenza, perciò che in ciascuna forma, oltre il numero, sono considerate l’elocuzioni e i concetti; e non è dubbio che maggior non sia la virtù de’ concetti de la bellezza de le parole; ma quando uno discordasse da gli altri, si conoscerebbe in loro quella disconvenevolezza la qual si vedrebbe in uom di contado vestito di robba. Per ischivarla adunque, è convenevole di vestire i concetti grandi con elocuzione magnifica, siccome fece il Petrarca; ma Dante ne’ sonetti e ne le canzoni non ebbe sempre la medesima avvertenza. Ma potrebbe forse alcuno dubitare di quel che s’e detto, perché se ciò fosse vero, usando il lirico i medesimi concetti ch’usa l’eroico, lo stile dovrebbe esser l’istesso. A questo io rispondo che ‘l lirico e l’eroico alcuna volta trattano peraventura de le medesime cose, cioè de gli dii e de gli eroi e de le vittorie, ma non usano sempre i medesimi concetti. Laonde da la varietà de’ concetti nasce in loro la diversità de lo stile più che da quella de le cose, quantunque questa ancora non sia picciola cagione di tal diversità: perciò che la materia del poeta lirico non è determinata, quantunque Orazio ne la Poetica gli assegnasse qualche soggetto; ma si spazia per tutte le cose e per tutte le materie proposte, come l’oratore; e benché alcuna volta mostri timore di cantar le cose grandi, come dimostrò Orazio, tuttavolta il suo proprio soggetto sono le lodi de gl’iddii e de gli eroi, e quelle di Bacco particolarmente: però la poesia ditirambica fu nobilissima parte di questa poesia che melica è detta da Marco Tullio; comunque sia, usa alcuni concetti suoi propri, che non sono così convenienti al tragico e a l’epico. Non direi dunque che la poesia lirica prendesse la forma da la dolcezza, dal numero e da la sceltezza de le parole, e da la pittura de’ traslati, e da gli altri colori, e da gli altri lumi de l’elocuzione, come alcuno ha giudicato; ma più tosto da la piacevolezza, da la grazia e da la beltà de’ concetti, da’ quali trapassa alcuna volta ne l’elocuzione un non so che di lascivo e di ridente.
Ma consideriamo come il lirico e l’eroico poeta ne le medesime cose usino diversi concetti. Ci dimostra Virgilio la bellezza d’una donna ne la persona di Didone:

regina ad templum forma pulcherrima Dido incessit, magna iuvenum stipante caterva. Qualis in Eurotae ripis aut per iuga Cynthi etc..
Semplicissimo concetto è quello: «forma pulcherrima Dido»; hanno alquanto di maggior ornamento gli altri, ma non tanto che siano soverchi. Ma se questa medesima bellezza dovesse descrivere il Petrarca, non si contenterebbe di questa gravità di concetti; ma direbbe che la terra si gloria d’esser tocca da’ suoi piedi; che l’erbe e i fiori desiderano d’esser calcate da lei e che hanno riposti i suoi vestigi; che ‘l cielo, percosso da’ suoi dolci rai, s’infiamma d’onestà e che si rallegra d’esser fatto sereno da sì begli occhi; che ‘l sole si specchia nel suo volto, non trovando altrove paragone; ed inviterebbe Amore che si fermasse a contemplar la sua gloria. Ma paragoniamo altri luoghi de l’uno e de l’altro, acciò che questa verità si conosca di leggieri. Descrivendo Virgilio l’abito di Venere cacciatrice, disse:

. . . dederatque comam diffundere ventis;
ma il Petrarca v’aggiunge:

Erano i capei d’oro a l’aura sparsiche ‘n mille dolci nodi gli avvolgea;
e l’uno e l’altro conobbe il convenevole ne la sua poesia, perché Virgilio superò tutti i poeti eroici di gravità, il Petrarca tutti gli antichi lirici di vaghezza; e niuno più se gli avvicinò del Tasso. Si loda ne l’eroico quello:

ambrosiaeque comae divinum vertice adorem spiravere;
ma forse soverchie sariano state quell’altre vaghezze:

E tutto il ciel, cantando il suo bel nome,sparser di rose i pargoletti Amori.
Descrive Virgilio l’innamorata Didone, che sempre avea fisso il pensiero ne l’imaginato Enea, e dice:

. . . Illum absens absentem auditque videtque.
Intorno a l’istessa materia trova concetti meno acuti e men gravi, ma più vaghi, il Petrarca:

I’ l’ho più volte (or chi fia che mel creda?) ne l’acqua chiara e sopra l’erba verde veduta viva, e nel troncon d’un faggio; e ‘n bianca nabe sì fatta che Leda avrìa ben detto che sua figlia perde; come stella che ‘l Sol copre col raggio;
e di simili concetti ne l’istessa materia è quasi piena tutta quella canzone. Or consideriamo come Virgilio descriva il pianto di Didone:

Sic effata, sinum lacrimis implevit obortis:
bastava tanto per una vedova. Molto maggior ornamento ne’ concetti e ne le parole cerca nel duodecimo, ponendoci innanzi gli occhi il pianto di Lavinia:

Accepit vocem lacrimis Lavinia matris, flagrantes perfusa genas; cui plurimus ignem subiecit rubor, et calefacta per ora cucurrit, indum sanguineo veluti violaverit ostro si quis ebur, aut mixta rubent ubi lilia multa alba rosa; tales virgo dabat ore colores.
Fioriti son questi e quasi convenevoli al lirico; ma più meravigliosi sono quelli altri, né si converrebbono a poeta che non fosse innamorato:

Amor, senno, valor, pietate e doglia facean piangendo un più dolce concento d’ogn’altro che nel mondo udir si soglia; ed era ‘l cielo a l’armonia sì ‘ntento che non si vedea in ramo mover foglia: tanta dolcezza avea pien l’aere e ‘l vento.
Semplicissimi concetti son quelli di Virgilio nel descrivere l’aurora:

humentemque Aurora polo dimoverat umbram.Oceanum interea surgens Aurora reliquit.
Con più ornamento fu descritto il nascer de l’aurora dal Petrarca:

Il cantar novo e ‘l pianger de gli augelli in su ‘l dì fanno risentir le valli, e ‘l mormorar de’ liquidi cristalli giù per lucidi freschi rivi e snelli.
Nel paragone dunque de l’eccellentissimo epico e de l’eccellentissimo lirico chiaramente si manifesta che la diversità de lo stile nasce da la diversità de’ concetti. Laonde, quando Virgilio vuol descriver le cose con grandissimo ornamento, non è agguagliato da lirico alcuno, come appare più manifestamente ne la descrizione de la medesima notte:

Nox erat, et placidum carpebat fessa soporem corpora per terras, silvaeque et saeva quierant aequora, quum medio volvuntur sidera lapsu, quum tacet omnis ager, pecudes pictaeque volucres, quaeque lacus late liquidos, quaeque aspera dumis rura tenent, somno positae sub nocte silenti lenibant curas, et corda oblita laborum.
Più brevemente la descrisse il Petrarca; nondimeno usò alcuni de gl’istessi concetti in que’ versi:

Ora che ‘l ciel e la terra e ‘l vento tace, e le fere e gli augelli il sonno affrena, notte ‘l carro stellato in giro mena, e nel suo letto il mar senz’onda giace.
E quinci si può raccogliere che se l’epico e ‘l lirico trattasse le medesime cose co’ medesimi concetti, adoprerebbe per poco il medesimo stile. Possiamo dunque concludere che le parole seguono i concetti, e ‘l verso parimente. Ma di questa materia tratteremo nel fine del libro che segue, più lungamente.

LIBRO QUARTO LIBRO SESTO
Posted by irma03 at 15:28:14 | Permalink | Comments (1) »

Qui crucem

….qui cruce dispensa per quattuor extima ligni

quattuor adtingit dimensum partibus orbem,

ut trahat ad vitam populos ex omnibus oris.

Et quia morte crucis cunctis deus omnia Christus

extat in exortum vitae finemque malorum,

alpha crucem circumstat et w,tribus utraque virgis

littera diversam trina ratione figuram

perficiens,quia perfectum est mens una,triplex vis.

 

 

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Impressioni

 

                                                                  

Posted by irma03 at 12:33:29 | Permalink | Comments (1) »

ALCHEMICUS

“Io sono il drago tutto pregno di veleno,che è dappertutto e si può acquistare a poco prezzo.

Quello su cui io ghiaccio,e che giace su di me,verrà colto in me da colui che avvia le sue indagini secondo le regole dell’arte.

La mia acqua ed il mio fuoco distruggono e compongono;tu trarrai dal mio corpo il leone verde ed il rosso.

Ma se non mi riconosci esattamente,distruggi i tuoi cinque sensi con il mio fuoco.

Dalle mie narici esce ,sempre più abbondante,un veleno ,che moltissimi ha portato la morte.

Quindi tu devi discernere il grossolano dal sottile con arte,se non vuoi godere l’estrema povertà.

Ti dono le virtù del maschile e del femminile e persino quelle del cielo e della terra.

Devi por mano ai mi misteri della mia arte con coraggio e magnanimità,se vuoi vincermi con la forza del fuoco,per cui già moltissimi perdettero patrimonio e lavoro.

Io sono l’uovo della natura ,noto soltanto ai saggi,che piamente da me traggono il microcosmo preparato per gli uominidall’altissimo Dio,ma dato solo a pochissimi,  mentre i più lo agognano invano:perchè essi col mio tesoro beneficano i poveri e non legano la loro anima a l’oro caduco.

I filosofi mi chiamano Mercurio;mio sposo è l’oro filosofico;sono il drago antico,presente dappertutto sul globo terrestre,padre e madre,giovane e vecchio,fortissimo e debole,morte e rigenerazione,visibile ed invisibile,duro e molle;io scendo giù nella terra e salgo al cielo,sono il supremo e l’infimo,il più leggero ed il più greve;spesso in me si sovverte l’ordine naturale per quanto concerne il colore ,il numero.il peso e la misura;io contengo la luce della natura;sono oscuro e chiaro,provengo e dal cielo e dalla terra;sono noto e tuttavia non esisto affatto. 

In me risplendono tutti i colorie tutti i metalli,grazie ai raggi delsole.

Sono il carbonchio solare,la preziosissima terra trasfigurata,con la quale tu puoi mutare in oro rame,ferro,stagno e piombo”.

ERMETE

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Monday, August 6, 2007

Impressioni

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