Sunday, August 26, 2007
Monday, August 20, 2007
Tuesday, August 7, 2007
Filadelfi
Impressioni
LIBRO QUINTOFra i più cari e preziosi doni fatti da Iddio a la natura umana è stato quello del parlare, il quale ne la dignità e ne l’eccelenza si pareggia quasi a la ragione. Però tra’ Greci ebbero l’istesso nome di logos, nome che significa l’uno e l’altra parimente; e quantunque la ragione sia quella che ci distingua da gli animali bruti e ci faccia simili a l’intelligenze ed a le nature divine, nondimeno, per opinione di molti filosofi, fu creduto che gli animali participassero di ragione; ed Aristotele medesimo, ne l’Istoria loro e ne’libri De la generazione e de le parti, attribuisce a le fere l’ingegno e l’avvedimento e la prudenzia; ma nel parlare elle non hanno con gli uomini alcuna convenienza, se già non vogliam credere a le favole d’Apollonio Tianeo ed a la meravigliosa filosofia di Porfirio. Però par che la favella separi l’uomo principalmente da le bestie, e il faccia lor superiore e quasi re e principe de gli animali. Anzi se fu mai alcun tempo nel quale egli pacificamente a le bestie signoreggiasse, ciò solamente avvenne per virtù del parlare. Taccio quel che si favoleggia d’Orfeo e d’Anfione, i quali, se crediamo a Marco Tullio, in quegli antichissimi secoli con la virtù de l’eloquenza raccolsero insieme gli uomini che prima viveano vita salvatica e bestiale; ma non debbiam dubbitare che l’uomo non fosse colui che prima imponesse i nomi a’ bruti e, chiamandoli imperiosamente in virtù de’ nomi, li facesse obedienti al suo imperio, come si legge in Filone ebreo e ne gli scrittori de le sacre lettere. È dunque nobilissimo dono del primo donatore il parlare, ch’altramente si dice elocuzione, e potentissimo ministro de l’intelletto e vero interprete de l’animo nostro. Però l’eloquenza, che prende il nome da l’elocuzione, non cede a la prudenza, se fosse possibile che l’una da l’altra si separasse, avvenga che molti uomini prudenti, privi di questo dono, furono esclusi dal governo de’ regni e de le republiche e riputati quasi infanti. Grande è stato adunque l’errore di coloro ch’estimarono che l’elocuzione non fosse propria de l’oratore e de l’eloquente, ma parte che si concede a l’istrione: fra’ quali fu monsignor Antonio Bernardi cognominato il Mirandulano. Si fondava questo filosofo sovra l’autorità d’Aristotele, o che gli pareva, raccogliendo da le sue parole ne la sua Retorica a Teodette ch’oltre l’entimema e l’esempio, co’ quali persuade l’oratore, l’altre cose siano accessorie e quasi estrinseche da l’arte sua, come quelle che per se stesse non persuadono né fanno alcuna prova, ma servono a commover gli animi de gli uditori. Aristotele nondimeno ne la Poetica assegna quattro parti di qualità a la tragedia, che sono proprie di quell’arte: fra le quali numera l’elocuzione; ed a queste aggiunge le due estrinseche, che sono la musica e l’apparato. Ma se l’elocuzione è parte del poeta e non de l’istrione, tutto che l’istrione sia ordinato a’servigi de la poesia, è ragionevole e quasi necessario che sia parte ancora de l’oratore, il quale non ha alcun commercio con l’istrione. Aristotele medesimo conobbe quanta virtù di persuadere consista ne le parole: laonde se la retorica è un’arte la qual considera e ritrova tutto quello ch’è atto al persuadere, dee principalmente essere investigatrice e quasi giudice de l’elocuzione e di quelle forme del dire che sono più acconce a la persuasione, com’io mi sforzerò di provare quando tratterò di tutta l’eloquenza, in quanto in lei si contengono quasi egualmente gli ammaestramenti de’ poeti e de gli oratori e de gl’istorici, e de’ filosofi ancora che vogliono scrivere e parlare con qualche ornamento. Ora mi basta di confermare che la poesia è un’arte subordinata a la logica o veramente una sua parte; non solamente perch’ella è arte de l’orazione, la qual cerca il diletto, non altrimenti che la grammatica il regolato parlare, e la retorica la persuasione; ma perché nel parlar poetico, il quale non è senza imitazione, è una tacita prova e molte volte efficacissima: perché non si può imitare senza similitudine e senza esempio; ma ne l’esempio ed in ogni cosa che paia verisimile è la prova.
Seguendo adunque il trattar de l’elocuzione, io dico che la lunghezza de’ membri e de’ periodi, o de le clausole che vogliam dirle, fanno il parlar grande e magnifico non solo ne la prosa, ma nel verso ancora, come in quelli:
ed in quelli altri:
e in quelli altri:
In queste rime e cagione di grandezza ancora il senso che sta largamente sospeso: perché avviene al lettore com’a colui il qual camina per le solitudini, al quale l’albergo par più lontano quanto vede le strade più deserte e più disabitate; ma i molti luoghi da fermarsi e da riposarsi fanno breve il camino ancora più lungo.
L’asprezza ancora de la composizione suol esser cagione di grandezza e di gravità, come in quel verso:
o ‘n quelli altri:
ed in quelli:
ed in quelli:
Il concorso de le vocali ancora suol producere asprezza o piacevol suono, come in quel verso:
ed in quelli altri di Dante, ne’ quali non s’inghiottono le vocali, ma si fa quasi una apertura ed una voragine:
ed in quello:
ed in quelli altri:
e quelli:
quantunque il concorso dell’I non faccia così gran voragine o iato, come quello de l’A e de l’O, per cui sogliamo più aprir la bocca. Tutte queste cose sogliono senza dubbio esser cagion de’ medesimi effetti, perché la composizione molle ed eguale è forse più cara e piacevole a gli orecchi, ma non ha loco ne la magnificenza; però fu molto schifata da monsignor de la Casa, perché quel di Dante io non mi risolvo a dire se fosse o artificio o caso: l’uno e l’altro nondimeno sono somiglianti a colui ch’intoppa e camina per vie aspre; ma questa asprezza sente un non so che di magnifico e di grande.
I versi spezzati, i quali entrano l’uno ne l’altro, per la medesima cagione fanno il parlar magnifico e sublime, come quelli:
ed in quelli parimente:
In molti altri sonetti ancora del Petrarca, in molti del Bembo, in molti di monsignor de la Casa si può osservar il medesimo; ma particolarmente in quello:
Ma oltre tutte le cose che facciano grandezza e magnificenza ne le rime toscane, è il suono o lo strepito per così dire de le consonanti doppie, che ne l’ultimo del verso percuotono gli orecchi; come in quel sonetto lodatissimo dal Bembo:
ed in quell’altro:
ed in quegli altri versi d’una canzone:
Conviene ancora ordinare i nomi in guisa che gli ultimi vadano sempre accrescendo, come si conosce ne l’esempio pur ora addotto:
ed in quell’altro:
ed in quel mio:
E ciò conviene particolarmente osservar ne l’iperbole e ne lo smoderamento, nel qual le cose dette in ultimo tanto deono esser accresciute, che le prime ci paiano picciole, quantunque fossero grandi per se stesse, come ci mostrò Omero prima de gli altri in que’ versi del Ciclope, ne’ quali dice ch’egli non è pare a gli uomini c’hanno il nutrimento da la terra, ma ad uno scoglio o ad un colle selvaggio, anzi ad un alto monte che superi gli altri monti:
Le congiunzioni ancora, essendo raddoppiate, alcuna volta accrescono forza al parlare, come in quel verso di Dante:
ed in quello del Petrarca:
e in quelli altri:
Alcuna volta ancora la dissoluzione, ch’è contraria a la congiunzione, fa il parlar grande e più magnifico, come in que’ versi:
ne’ quali il parlar non è affatto disciolto, ma pur vi mancano molte congiunzioni. Ma con maggiore artificio la dissoluzione accresce grandezza in quelli altri:
e ne la seguente stanza:
Ho detto con maggior artificio, perché, numerando molte cose, è meglio raddoppiar le congiunzioni, come ci ammonisce Demetrio Falereo, perché l’istessa congiunzione replicata dimostra un non so che d’infinito. Ma questa considerazione non ebbe peraventura il Petrarca in que’ versi:
Tutta volta al Petrarca ciò poteva esser lecito per un’altra cagione, perché il numerar senza congiunzione par che dimostri la fatica del numerare, rimovendosi le parole quasi soverchie. Anzi se la congiunzione fa una cosa di molte, come dice Aristotele, rimovendosi quel ch’è uno per sé, parrà uno esser molte cose, e maggiormente apparirà la moltitudine; ed oltre a ciò, il parlar usato in questi versi è di maggior suono e di maggior pienezza. Laonde, benché si debba considerar la ragion di Demetrio, più si dee stimar quella d’Aristotele istesso.
L’antipallage similmente, che si può dire mutazione de’ casi, può accrescer la magnificenza del parlare, come in que’ versi del Petrarca nel primo Trionfo d’Amore:
ed in que’ de la mia tragedia:
perché, secondo la diritta forma del parlar, si dovrebbe dire: De’ duo pesci lucenti l’uno al borea inalzarsi. E questa medesima figura o simile è forse in quegli altri del Petrarca:
perché il dritto uso del parlare ricercherebbe che si dicesse: Un bel dono di due rose fresche, tra duo minori egualmente diviso, fece cangiare il viso a l’uno ed a l’altro. Ma senza dubbio ne la mutazione de’ casi, quanto più ci allontaniamo da l’uso comune, tanto lo stile diviene più nobile e più sublime. Porta ancora grandezza ne le figure il non fermarsi ne’ medesimi casi, come in que’ versi del Petrarca che si leggono ne’ Trionfi:
E ‘l cominciar il verso da casi obliqui suole esser cagione del medesimo effetto nel parlare, il quale si può chiamar obliquo o distorto, come in que’ versi:
ed in quelli altri:
ed in quelli altri similmente:
E ‘l duplicare le parole ancora è ornamento ch’arricchisce e fa magnifica la poesia; e possono addursi per esempio que’ versi:
Ma in altri modi ancora si posson replicar le parole, cioè non cominciando la replica dal principio, ad imitazione del Petrarca, il qual disse:
E si possono replicare in due versi seguenti, come io replicai in un mio sonetto al signor P. Antonio Caracciolo:
Ma particolarmente gonfia il parlare la voce raddoppiata, s’ella sarà grande per significazione o per suono, come quella:
Ha del grande ancora l’allegoria: però fra tutte le canzoni del Petrarca si può dare il principato a quella:
ma da una stanza sola si posson conoscere l’altre:
e quel che segue. E la medesima grandezza si può conoscere ne l’allegoria di quell’altra canzone:
Ma altissima, oltre tutte l’altre di questa o d’ogn’altra lingua, è quella allegoria de la statua ch’avea la testa d’oro e il petto d’argento e l’altre parti di ferro e rame e ‘l piè di terra cotta: quantunque Dante la prendesse da la Sacra Scrittura. Simile a questa è l’altra nel Purgatorio, dopo l’invocazione :
anzi tanto maggiore, quanto la dignità de la Chiesa è maggior di quella de l’Imperio. E ragionevolmente fu detto che l’allegoria fosse simile a la notte ed a ale tenebre: laonde ella dee esser usata ne’ misteri; e per conseguente ne’ misteriosi poemi, com’è il poema eroico. Però molte cose sono scritte de l’allegoria d’Omero; e particolarmente Porfirio compose un picciol libretto de l’Antro d’Omero. Aristotele non fa menzione de l’allegoria, non perch’egli non la conoscesse, ma perché questo nome allora non era in uso. La conobbe Platone similmente, ma non la chiamò con questo nome quando egli scrisse nel Fedro, ragionando in persona di lui e di Socrate:
Già s’io non pensassi come pensano i savi, non sarebbe però sconvenevole la mia opinione; da poi, interpretando le cose, direi che ‘l vento di Borea gittò da le vicine pietre Oritia mentre scherzava con Farmacia; e però, essendo morta in tal guisa, si finge che da Borea fosse rapita. V’è un’altra fama, che non da questo luogo, ma da un altro fosse rapita; ma io, o Fedro, stimo queste cose assai piacevoli, ma d’uomo troppo curioso ed affannato e non aventuroso; non per altra cagione se non perché gli sarebbe necessario interpretar la forma de’ Centauri e de le Chimere; vi concorre ancora una moltitudine di Gorgoni e di Pegasi e d’altre imagini mostruose: onde stalcuno di queste cose porterà altra opinione di quella che si narra, e vorrà ridurre ciascuna d’esse a senso conveniente, fidandosi d’una rustica sapienza, averà bisogno d’ozio soverchio». Ma s’egli chiama rustica sapienza quella di coloro ch’abitano in villa, dove Socrate non volle mai abitare, dice, per mio avviso, il vero senza alcun dubbio, perché l’investigazione di sì fatte cose conviene ad uomo poco occupato: tutta volta Platone, che non volle interpretarle, lasciò a molti altri filosofi la cura, anzi la noia de l’interpretazione non solo di quel suo Glauco maritimo, ma del Tartaro e de’ fiumi che passano sotto terra, de’ quali abbiamo la dichiarazione in alcuno de’ suoi interpreti e nel comento d’Olimpiodoro sovra Aristotele. Da Plotino ancora è dechiarato quel che significhino le Parche e ‘l fuso fatale e ‘l simolacro d’Ercole: anzi non è favola de le sue (che sono molte) che da vari filosofi non sia ampiamente illustrata. Possiamo adunque affermare ch’egli non biasimasse l’allegoria, ma non la nominasse, né si degnasse d’esser l’interprete. Fra i primi che la nominarono fu Demetrio Falereo. Plutarco, dopo lui, nel libro De l’udire i poeti, lasciò scritte queste o somiglianti parole: «Appresso Omero tacitamente è ascosa una sorte di dottrina di non inutile contemplazione, massimamente ne le favole interposte fra le narrazioni, le quali, con l’annotazioni de gli antichi, e come ora dicono con l’allegorie, alcuni vanno torcendo e volgendo in altro sentimento, e dicono che l’adolterio di Marte e di Venere significa che, nel congiungimento del Sole con la stella di Venere, Marte sia causa de l’adultera generazione, la qual, per la presenza del Sole e per la vicinanza, non può essere occulta». Dichiara appresso la favola del cesto di Venere, ed alcune altre similmente; e non è ricusata questa difesa de’ poeti che, fra l’altre sue, o fu ricusata da Aristotele o, com’io stimo, non considerata; direi non conosciuta, ma dubito alcuna volta che l’enigma e l’allegoria non siano cose diverse: laonde s’Aristotele parlò de l’enigma, parlò de l’allegoria, ma con altro nome. Nondimeno se l’enigma è una questione da scherzo e giocosa, come si legge appresso Ateneo, non pare che sia una cosa medesima. Ma se gli enigmi o simboli di Pitagora non sono proposti per giuoco, ma per ammaestramento de la vita, potrebbe facilmente l’enigma e l’allegoria essere l’istesso di spezie, o di genere almeno. De l’una e de l’altro si vagliono i poeti. Con l’allegoria è difeso, anzi è lodato Omero non solamente da’ già detti scrittori, ma da molti altri, come si legge in Ateneo fra’ Greci, e fra’ Latini in Macrobio nel Sogno di Scipione, ove dechiara che significhi che Giove e gli altri iddii vadano al convito de l’Oceano. Ma infinite sono l’interpretazioni date a’ sensi misteriosi da gli autori de le due lingue più famose. Ne la nostra toscana favella Dante, oltre tutti gli altri, accrebbe riputazione a l’allegorie: perché nel suo maggior poema non è parte che non sia allegorica; ma egli non dichiara se stesso, benché accenni alcuna volta che ‘l velo sia molto sottile. Ne le canzoni egli medesimo manifesta la sua intenzione; e nel comento c’insegna che quattro sono i sensi: il literale, il morale, l’allegorico e l’anagogico: de’ quali il primo è assai semplice ed inteso senza difficultà; il secondo è per ammaestramento de’ costumi; gli altri due servono più a la parte intellettiva: ma ‘l terzo conduce a la speculazione de le cose inferiori; il quarto a quella de le superiori; e con l’uno e con l’altro si possono scusare gli errori che sono fatti dal poeta ne l’imitazione; ma se la difesa è con qualche difetto del primo senso, e congiunta con difetto nel decoro, e con qualche bruttezza o sconvenevolezza ne le cose imitate, non è buona né lodevole difesa. Però Aristotele non la numerò fra l’altre; e se l’allegoria fosse perfezione accidentale nel poema, non sarebbe ragionevole che potesse scusare i vizi de l’arte, che sono vizi per sé. L’enigma ancora non fu rifiutato da’ poeti, come si legge in Sofocle di quello che la Sfinge propose ad Edippo; e Teodette ne la medesima tragedia, per relazione d’Ateneo, ci descrive la notte e la giornata con questo enigma:
Ma non era questo luogo di trattar de l’enigma o de l’allegoria, se non considerandoli come figure di parlare; però soverchiamente e quasi a caso n’ho sì lungamente discorso, dovendo ciò fare in altro luogo più opportuno: seguirò dunque il primo proponimento.
Magnifica similmente è quella figura che da’ Latini è detta reticenza, perch’ella suol lasciar sospizioni di cose maggiori di quelle che son dette, bench’alcuna volta non apporti tanta magnificenza, come è quella ne l’Inferno quando scende l’Angelo per aprir le porte, e Virgilio aspetta il suo venire:
L’esempio ancora di questa figura è ne’ Trionfi del Petrarca in quel luogo:
Ma gravissima oltre tutte l’altre è quella di Virgilio ne l’Eneide, ne la quale Nettuno irato ritiene la collera e le parole insieme:
Ma in somma l’epifonema (così la chiamano i Greci) par che avanzi tutte l’altre, e somiglia le pompe de’ ricchi, ne le quali è sempre qualche cosa la quale è soverchia. Laonde questa figura si può divider in due parti: L’una de le quali serva a l’intelligenza, l’altra a l’ornamento. Serve a l’intelligenza quel verso e ‘l mezzo che segue:
e sono gli altri per ornamento:
De la medesima figura la prima parte è in que’ versi:
Ma con grandissimo ornamento seguita poi l’altra:
Ed in quegli altri, se non bastano a la dichiarazione i primi:
Gli altri abbondano ne la ricchezza de lo stile:
Può parer questa figura simile a l’entimema, cioè a lo sillogismo imperfetto; ma sono differenti: perché l’entimema s’usa per provare; e questo per adornare. Laonde più tosto si pone in suo luogo la sentenza, la qual sia con l’esclamazione; e benché non sia questa figura, nondimeno occupa la sua sede, come quella:
Anzi, se crediamo a Teone sofista, la sentenza che dopo la narrazione d’alcuna cosa insegni ed adorni, parimente e sentenza ed insieme epifonema.
Ma non è minor cagione di grandezza e di ornamento, a mio giudizio, la prosopopea, ne la quale si danno persona e voce e parole a le cose inanimate, come il Petrarca in que’ versi a Fiorenza:
E l’usar la definizione in vece del nome, come fece il Petrarca che, parlando del lauro, disse:
E ‘l salir quasi per gradi, figura che da’ Latini e detta gradatio, e da’ Greci klimax, non si convien meno al magnifico ch’al grave dicitore. L’esempio l’abbiamo in Dante:
Ma questa è peraventura mescolata con la repetizione, o con la replica che vogliamo dirla. Semplice e quell’altra:
Dice de la metafora similmente molte cose Demetrio Falereo; e, seguendo il giudizio d’Aristotele, loda più quella che pone le cose in atto, com’abbiamo già conchiuso; e questa, al mio giudizio, particolarmente conviene al poeta, perciò ch’egli e imitatore; e gli convengono ancora le similitudini e le comparazioni assai più ch’a l’oratore, il quale schiva le troppo lunghe, come son quelle di Dante:
E quelle del Petrarca ne la battaglia tra madonna Laura e Amore:
Il Boccaccio vide quel ch’era conveniente, come in quella de la Teseide:
E molte altre somiglianti se ne leggono in questi tre poeti toscani. Ma quelle più de l’altre si convengono al magnifico dicitore, ne le quali non si ritrova solamente similitudine, ma l’ornamento e l’accrescimento. Oltre le forme assegnate dal Falereo a questa forma magnifica del dire, ve ne sono peraventura alcune altre egualmente da lei ricercate, fra le quali e la prima la conversione, come quella:
poi l’esclamazione:
massimamente stella è fatta con qualche sdegno, come in que’ versi:
Si può annoverar con queste il pervertimento de l’ordine, quando si dice innanzi quel che devrebbe esser detto dopo, perché al magnifico dicitore non si conviene una esquisita diligenza. Questa usò il Petrarca in que’ versi:
ed in quell’altro:
E quando si pone per lo tutto la parte, figura che da’ Greci e da’ Latini fu detta sinedoche, come quella:
benché alcuni vogliano che sia più tosto greca costruzione.
E la parentesi, o interposizione che vogliamo chiamarla, come quella:
E quella ch’è da’ grammatici detta endiadys in que’ versi:
E la figura detta zeugma, la qual si fa quando il verbo o ‘l nome discorda ne la voce da quello a cui si rende, ma concorda nel significato: di cui si ritrovano alcuni esempi in Virgilio:
e l’altro:
E ‘l Boccaccio ne la Teseide fece questa figura nel numero, ad imitazione del primo luogo:
E Dante ne l’Inferno fece l’altra nel genere solo:
E la trasportazione de le parole, perch’ella s’allontana da l’uso commune, come quella:
E ‘l perturbar l’ordine naturale, posponendo quelle che doveriano esser anteposte; come:
E l’hyperbaton, che si può dir distrazione o interponimento, di cui si ha l’esempio:
E l’abbondanza, che pleonasmo fu chiamata ne l’altre lingue, a me par che mostri molta magnificenza ne’ molti aggiunti, come in quelli:
e in quelli altri:
Ed alcuna particella soverchia suol far quasi il medesimo effetto; e n’abbiamo l’esempio in quel verso:
ed in quello:
benché questa possa parere uso leggiadro più tosto.
E quella ne la qual il verbo s’accorda co ‘l nome più vicino, e ne gli altri bisogna supplire, come:
E commune ancora a questa figura, ne la quale il numero singolare concepisce il plurale, è quella figura la quale attribuisce a duo quello ch’è proprio d’uno; ed ha similmente del magnifico, perciò chc dimostra un certo disprezzo de la soverchia diligenza; e questa fu usata da Omero quando egli disse ne l’Iliade:
cioè: due venti perturbano il mare piscoso, Zefiro e Borea, i quali spirano da Tracia: essendo proprio di Borea solamente lo spirar da Tracia, perché Zefiro soffia da l’occaso, come vogliono i gramatici, quantunque Strabone difenda questo luogo altrimenti nel primo de la Geografia, mostrando che Zefiro ancora spira da la Tracia a coloro che sono ne l’isola di Lenno e ne la Samotracia. Tuttavolta di questa sorte di silepsi abbiamo altri esempi; ed in questa guisa parlò figuratamente il Petrarca dicendo:
perché l’esser colte si conviene a le rose, ma non a le brine.
E l’apposizione, ne la quale si congiungono due nomi sostantivi, come quella:
e quell’altra:
Oltre le quali se ne potrebbono peraventura ritrovar alcune altre conosciute da’ retori o da’ gramatici; ma bastano quelle de le quali sin ora abbiamo ragionato, in questa forma di parlare sublime e magnifica, ne la quale non abbiamo stimate le più minute divisioni e compartimenti. E perché la forma sublime e magnifica è propria de l’eroico, e quantunque possa mescolarsi con l’altre, nondimeno il poeta eroico è detto magnifico e sublime dicitore, non sarà necessario trattar de l’altre forme così lungamente; ma non tralasceremo in tutto alcune figure che possono essere usate nel poema eroico, ne gli altri ammaestramenti i quali deono esser da lui considerati. Nel parlar ornato e grazioso (ch’in questo modo voglio chiamar quello che da’ Latini è chiamato venusto, e da’ Greci glaphuros) sono alcune piacevolezze ed alcuni scherzi e giuochi, per così dire, maggiori e più nobili, che sono propri de’ poeti lirici; altri più umili, che si convengono a la comedia. Scherzi convenienti a’ poeti lirici son quelli meravigliosi:
A’ comici sono convenienti quelli che mordono, ed a gli scrittori de la satira parimente: e quegli ancora che non son molto lontani de la buffoneria. Ma Omero usò gli scherzi per acerbità; e scherzando parve terribile ne’ suoi motti, come in quel del Ciclope: Outin ego pumaton edomai. E parte di questa acerbità ritenne l’Ariosto nel suo poema, come ne la spelunca dove Orlando trova Isabella; sopraggiungendo i malandrini, dice un di loro:
E la risposta d’Orlando muove riso con sdegno:
Ma le grazie particolarmente convengono a la poesia lirica, ed a l’eroica quasi prestate da lei: e gl’imenei, e gli amori, e le liete selve, e i giardini, e l’altre cose somiglianti, de le quali è piena la poesia del Petrarca, e particolarmente quelle due canzoni:
e quella ancora:
la quale è piena di vaghissime similitudini; ma quella è meravigliosa oltre tutte l’altre:
Ne’ Trionfi ancora la casa d’Amore è descritta con la medesima vaghezza e con la medesima felicità, come si può conoscer in que’ versi:
e in molti altri del medesimo Trionfo. Né si dipartì da questa imitazione il Poliziano, il quale ne la descrizione de la casa d’Amore versò quasi tutti i fiori e tutte le grazie de la poesia. Grandissima lode ancora meritò in questa maniera di poetare il signor Bernardo Tasso mio padre ne le canzoni, ne le sestine, ne le ode, ne gli inni, e ne l’epitalamio fatto ne le nozze del duca Federico (il quale fu peraventura il primo che si leggesse in questa lingua), e nel suo maggior poema, ed in tutte l’altre sue poesie; ma si posson legger con meraviglia la canzone de la Notte, e quella ne la quale loda il giorno in cui nacque Antiniana, e l’inno a Pane, ed alcun’altre ch’io tralascio per brevità.
Ma in questa forma di poetare al lirico ed a l’eroico non dee peraventura esser conceduta la medesima licenza, perciò che in ciascuna forma, oltre il numero, sono considerate l’elocuzioni e i concetti; e non è dubbio che maggior non sia la virtù de’ concetti de la bellezza de le parole; ma quando uno discordasse da gli altri, si conoscerebbe in loro quella disconvenevolezza la qual si vedrebbe in uom di contado vestito di robba. Per ischivarla adunque, è convenevole di vestire i concetti grandi con elocuzione magnifica, siccome fece il Petrarca; ma Dante ne’ sonetti e ne le canzoni non ebbe sempre la medesima avvertenza. Ma potrebbe forse alcuno dubitare di quel che s’e detto, perché se ciò fosse vero, usando il lirico i medesimi concetti ch’usa l’eroico, lo stile dovrebbe esser l’istesso. A questo io rispondo che ‘l lirico e l’eroico alcuna volta trattano peraventura de le medesime cose, cioè de gli dii e de gli eroi e de le vittorie, ma non usano sempre i medesimi concetti. Laonde da la varietà de’ concetti nasce in loro la diversità de lo stile più che da quella de le cose, quantunque questa ancora non sia picciola cagione di tal diversità: perciò che la materia del poeta lirico non è determinata, quantunque Orazio ne la Poetica gli assegnasse qualche soggetto; ma si spazia per tutte le cose e per tutte le materie proposte, come l’oratore; e benché alcuna volta mostri timore di cantar le cose grandi, come dimostrò Orazio, tuttavolta il suo proprio soggetto sono le lodi de gl’iddii e de gli eroi, e quelle di Bacco particolarmente: però la poesia ditirambica fu nobilissima parte di questa poesia che melica è detta da Marco Tullio; comunque sia, usa alcuni concetti suoi propri, che non sono così convenienti al tragico e a l’epico. Non direi dunque che la poesia lirica prendesse la forma da la dolcezza, dal numero e da la sceltezza de le parole, e da la pittura de’ traslati, e da gli altri colori, e da gli altri lumi de l’elocuzione, come alcuno ha giudicato; ma più tosto da la piacevolezza, da la grazia e da la beltà de’ concetti, da’ quali trapassa alcuna volta ne l’elocuzione un non so che di lascivo e di ridente.
Ma consideriamo come il lirico e l’eroico poeta ne le medesime cose usino diversi concetti. Ci dimostra Virgilio la bellezza d’una donna ne la persona di Didone:
Semplicissimo concetto è quello: «forma pulcherrima Dido»; hanno alquanto di maggior ornamento gli altri, ma non tanto che siano soverchi. Ma se questa medesima bellezza dovesse descrivere il Petrarca, non si contenterebbe di questa gravità di concetti; ma direbbe che la terra si gloria d’esser tocca da’ suoi piedi; che l’erbe e i fiori desiderano d’esser calcate da lei e che hanno riposti i suoi vestigi; che ‘l cielo, percosso da’ suoi dolci rai, s’infiamma d’onestà e che si rallegra d’esser fatto sereno da sì begli occhi; che ‘l sole si specchia nel suo volto, non trovando altrove paragone; ed inviterebbe Amore che si fermasse a contemplar la sua gloria. Ma paragoniamo altri luoghi de l’uno e de l’altro, acciò che questa verità si conosca di leggieri. Descrivendo Virgilio l’abito di Venere cacciatrice, disse:
ma il Petrarca v’aggiunge:
e l’uno e l’altro conobbe il convenevole ne la sua poesia, perché Virgilio superò tutti i poeti eroici di gravità, il Petrarca tutti gli antichi lirici di vaghezza; e niuno più se gli avvicinò del Tasso. Si loda ne l’eroico quello:
ma forse soverchie sariano state quell’altre vaghezze:
Descrive Virgilio l’innamorata Didone, che sempre avea fisso il pensiero ne l’imaginato Enea, e dice:
Intorno a l’istessa materia trova concetti meno acuti e men gravi, ma più vaghi, il Petrarca:
e di simili concetti ne l’istessa materia è quasi piena tutta quella canzone. Or consideriamo come Virgilio descriva il pianto di Didone:
bastava tanto per una vedova. Molto maggior ornamento ne’ concetti e ne le parole cerca nel duodecimo, ponendoci innanzi gli occhi il pianto di Lavinia:
Fioriti son questi e quasi convenevoli al lirico; ma più meravigliosi sono quelli altri, né si converrebbono a poeta che non fosse innamorato:
Semplicissimi concetti son quelli di Virgilio nel descrivere l’aurora:
Con più ornamento fu descritto il nascer de l’aurora dal Petrarca:
Nel paragone dunque de l’eccellentissimo epico e de l’eccellentissimo lirico chiaramente si manifesta che la diversità de lo stile nasce da la diversità de’ concetti. Laonde, quando Virgilio vuol descriver le cose con grandissimo ornamento, non è agguagliato da lirico alcuno, come appare più manifestamente ne la descrizione de la medesima notte:
Più brevemente la descrisse il Petrarca; nondimeno usò alcuni de gl’istessi concetti in que’ versi:
E quinci si può raccogliere che se l’epico e ‘l lirico trattasse le medesime cose co’ medesimi concetti, adoprerebbe per poco il medesimo stile. Possiamo dunque concludere che le parole seguono i concetti, e ‘l verso parimente. Ma di questa materia tratteremo nel fine del libro che segue, più lungamente.
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Qui crucem
….qui cruce dispensa per quattuor extima ligni
quattuor adtingit dimensum partibus orbem,
ut trahat ad vitam populos ex omnibus oris.
Et quia morte crucis cunctis deus omnia Christus
extat in exortum vitae finemque malorum,
alpha crucem circumstat et w,tribus utraque virgis
littera diversam trina ratione figuram
perficiens,quia perfectum est mens una,triplex vis.
ALCHEMICUS
“Io sono il drago tutto pregno di veleno,che è dappertutto e si può acquistare a poco prezzo.
Quello su cui io ghiaccio,e che giace su di me,verrà colto in me da colui che avvia le sue indagini secondo le regole dell’arte.
La mia acqua ed il mio fuoco distruggono e compongono;tu trarrai dal mio corpo il leone verde ed il rosso.
Ma se non mi riconosci esattamente,distruggi i tuoi cinque sensi con il mio fuoco.
Dalle mie narici esce ,sempre più abbondante,un veleno ,che moltissimi ha portato la morte.
Quindi tu devi discernere il grossolano dal sottile con arte,se non vuoi godere l’estrema povertà.
Ti dono le virtù del maschile e del femminile e persino quelle del cielo e della terra.
Devi por mano ai mi misteri della mia arte con coraggio e magnanimità,se vuoi vincermi con la forza del fuoco,per cui già moltissimi perdettero patrimonio e lavoro.
Io sono l’uovo della natura ,noto soltanto ai saggi,che piamente da me traggono il microcosmo preparato per gli uominidall’altissimo Dio,ma dato solo a pochissimi, mentre i più lo agognano invano:perchè essi col mio tesoro beneficano i poveri e non legano la loro anima a l’oro caduco.
I filosofi mi chiamano Mercurio;mio sposo è l’oro filosofico;sono il drago antico,presente dappertutto sul globo terrestre,padre e madre,giovane e vecchio,fortissimo e debole,morte e rigenerazione,visibile ed invisibile,duro e molle;io scendo giù nella terra e salgo al cielo,sono il supremo e l’infimo,il più leggero ed il più greve;spesso in me si sovverte l’ordine naturale per quanto concerne il colore ,il numero.il peso e la misura;io contengo la luce della natura;sono oscuro e chiaro,provengo e dal cielo e dalla terra;sono noto e tuttavia non esisto affatto.
In me risplendono tutti i colorie tutti i metalli,grazie ai raggi delsole.
Sono il carbonchio solare,la preziosissima terra trasfigurata,con la quale tu puoi mutare in oro rame,ferro,stagno e piombo”.
ERMETE