Un vecchio proverbio dice:
“I cattivi non si ammalan mai”
E’ drammaticamente vero.
La vita affettiva rappresenta purtroppo il paradiso e l’inferno.
Normalmente un’affetto tende a rappresentare presenze del passato che non ci sono più.
Gli affetti sono necessari a colmare il vuoto che ci portiamo dentro ed incontrare,ascoltare,comunicare con la persona amata significa
riempire quel vuoto.
Gli affetti ci mettono vicino al “bene”,ma possono anche farci allontanare dal bene se essi stessi si allontanno da noi.
Diventa così indispensabile “combattere” per mantenere il proprio posto in “paradiso”.
Il vedere il volto della persona amata,infuoca letteralmnte l’anima ed il non vedere o non sentire la persona amata genera l’angoscia
della perdita.
Il rinunciare al possesso della persona amata è il rinunciare alla propria onnipotenza nell’approvvigionarsi d’amore.
Questa rinuncia non è però assolutamente cosa da poco
Normalmente la lotta per il possesso della persona amata trasforma l’amore in un gioco perverso nel quale una volta entrati è
difficile uscirne.
A questo proposito è ampiamente provato che ,lo stress derivante dal rischio di perdere la persona amata ,diviene davero l’elemento
scatenante reativamente alla patologia fisica.
Non i fattori inquinanti portano la malattia ,bensì lo stress affettivo.
Queste sono considerazioni di somma importanza che ormai tutti gli studi scientifici avallano.
In sintesi l’acquisizione di un’amore è salvifico, mentre la perdita di un ‘amore è tragicamente penalizzante.
Le persone buone,per ricondurci al proverbio,pur di non perdere lo stato d’equilibrio nel quale pensano di trovarsi, preferiscono
rnunciare per non far del male e finiscono con il chiudersi in sè stesse.
Si danno per vinte.
Si sentono senza possibilità d’uscita.
Così generano patologie.
La perdita di speranza si traduce così in un mito negativo sulla vita
In tale mito la vita diviene un utero incarcerante dal quale non si può uscire.
Da ciò la malattia.